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C’è un filo che unisce per non lasciare nessuno da solo

Questo difficile momento ha portato ognuno di noi a fare importanti riflessioni sul presente e soprattutto sul futuro. Una certezza l’abbiamo: il Gruppo Korian ha dimostrato ancora una volta di essere una grande famiglia che non lascia soli i propri Ospiti e i suoi collaboratori.

È proprio a quest’ultimi che è stato dedicato un importante servizio telefonico di assistenza, che possa permettere di affrontare i momenti di difficoltà e sovraccarico emotivo. Un progetto che ha riscosso da subito un significativo successo, grazie al suo obiettivo principale: ascoltare i professionisti del Mondo Korian che ogni giorno combattono in prima linea nelle difficoltà dell’epidemia, per risolvere insieme ansie e paure.

Lo sportello psicologico gratuito, attivo dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00, si arricchisce di ulteriori servizi e peculiarità. Una casella di posta elettronica dedicata, gruppi di assistenza dinamici e personalizzati in base alle esigenze oltre a una newsletter periodica realizzata dalle nostre Psicologhe.

Le stesse che ogni giorno si rendono protagoniste di questa fondamentale e delicata iniziativa. Sono le dottoresse Giusy Carrubba e Simona Seu, che abbiamo intervistato per scoprire insieme le difficoltà riscontrate, ma soprattutto le soddisfazioni e le emozioni provate nell’assistenza di chi condivide questa grande Famiglia.

Quali sono le caratteristiche principali di questo importante sportello? 

“Lo sportello d’ascolto consente a tutti i lavoratori Korian e appartenenti alle Cooperative, di usufruire di uno spazio-tempo in cui la persona possa trovare il proprio modo di esprimere liberamente tutte le emozioni provate in questo difficile momento. Siamo due psicologhe-psicoterapeute e accogliamo i vissuti espressi, cercando di promuovere un percorso di conoscenza di sé e di legittimazione delle proprie risorse”.

Quali sono le tipologie di sentimenti ed emozioni riscontrate in chi chiede aiuto? 

“Le emozioni principalmente rilevate, durante gli incontri telefonici, rientrano nello spettro della paura e dell’angoscia. È inoltre ricorrente il sentimento di smarrimento legato al senso di disorientamento che può cogliere le persone in condizioni sconosciute e incontrollabili. Molto frequente è poi la manifestazione della paura del contagio, spesso associata al fenomeno che viene chiamato “segregazione”. Quindi se da un lato si ha paura di essere contagiati, dall’altro ci si sente esclusi ed isolati”.

Come e perché può nascere un eccessivo carico emotivo? 

“Il carico emotivo conseguente l’esperienza è legato alla capacità delle persone in primis di essere consapevoli del proprio stato d’animo, in secondo luogo di essere in grado di gestire se stessi di fronte all’impatto con l’emozione provata.  Durante una situazione in emergenza come questa è comprensibile che l’essere umano metta in atto dei meccanismi adattativi, in funzione delle risorse che riconosce di avere e dell’esperienza precedente. Nello specifico, quando si percepisce la paura del contagio, ciò che disarma è l’ignoto e l’invisibile, qualcosa che è impossibile da controllare.  Tendiamo invece ad avere la necessità di tenere tutto sotto controllo, soprattutto le minacce; nel momento in cui questo diventa difficile, gestire il carico emotivo che ne consegue è altrettanto impossibile senza un “contenitore” esterno, che in questo caso siamo noi”.

Quali possono essere i primi fattori che devono portare a riflettere sulla propria condizione? 

“Gli indicatori di malessere che dovrebbero portare i lavoratori a chiedere aiuto a degli specialisti sono l’ansia persistente o angoscia fin dal risveglio, insonnia, alterazione dell’appetito, pensieri ricorrenti ed ossessivi e paranoia. Ma anche parlare continuamente del lavoro o recriminare spesso su azioni e scelte. Senza dimenticare il pianto ininterrotto o inibito, i pensieri depressivi e colpevolizzanti e la paura inspiegabile del futuro”.

Quanto possono incidere condizioni di necessità come la lontananza di affetti e famiglia?

“L’isolamento può generare un vissuto claustrofobico. Molti operatori descrivono la propria condizione fisica ed emotiva attuale come “vivere in gabbia” o “dentro una scatola nera”. Emozioni accompagnate dalla sensazione di smarrimento e soffocamento. Alcuni operatori sono costretti a vivere lontani dai propri affetti più cari, anche figli piccoli. Questo inevitabilmente li porta a sentirsi più soli e a ricercare dentro il proprio gruppo di lavoro un sostegno emotivo. Per questo motivo diventa fondamentale far sì che il gruppo di lavoro possa diventare coeso e supportivo. Per accogliere questo bisogno sono stati attivati degli interventi di gruppo, chiamati “Stare insieme”, orientati nello specifico alla promozione delle risorse dei gruppi nella relazione e comunicazione”.

Reputate che alla fine dell’emergenza questa situazione possa comunque rappresentare motivo di crescita ed autostima in chi ogni giorno assiste i pazienti? 

““Imparare dall’esperienza”, seppur intensa e coinvolgente come questa, non è affatto scontato. Anzi spesso vengono utilizzati slogan che rappresentano dei tentativi di “normalizzazione” dei vissuti, come se questi possano essere un tentativo di negare a sé stessi la gravità di ciò che si sta vivendo. In verità crescere attraverso l’esperienza presuppone un percorso, seppur doloroso, di elaborazione e accettazione dell’esperienza, attraverso l’attribuzione di un significato personale di ciò che è capitato. Probabilmente qualcuno si metterà in discussione, con le proprie certezze, e cambierà. Qualcun altro utilizzerà questa esperienza come una possibilità di maggiore conoscenza di sé stesso, a fronte di altri che rinforzeranno le proprie difese”.

E in Voi invece? 

“Noi in questa esperienza dolorosa, tenendo conto del percorso che stiamo facendo e nel rispetto delle emozioni che stiamo raccogliendo, stiamo imparando tanto dalla nostra e dall’altrui vita. Indubbiamente supportare e contenere la sofferenza che accomuna tutte le persone che ascoltiamo rappresenta un’esperienza davvero intensa e che ci sta già cambiando la vita. Questo periodo ci sta insegnando quanto conti per l’altro essere accolto senza alcun giudizio e di quanto questo sia efficace per trovare dentro di sé le risorse necessarie a sopravvivere. Stiamo imparando che ciò che conta è lo stare insieme in maniera “aperta”. Stiamo inoltre maturando fiducia nel fatto che le persone, sentendosi accolte, possano continuare, anche dopo l’emergenza, ad assecondare il proprio bisogno di essere supportati. Tale considerazione riguarda soprattutto chi accoglie quotidianamente, attraverso la cura, l’altro”.

A fronte di un sempre più importante coinvolgimento della tecnologia, perché uno strumento tradizionale come il telefono risulta ancora particolarmente efficace? 

“Attraverso il mezzo telefonico possiamo arrivare in qualsiasi parte d’Italia. Inoltre questo diventa l’unico mezzo per abbracciare “in sicurezza” chi ne ha bisogno”.

Provate orgoglio nel sostenere psicologicamente chi, come voi, è in prima linea nell’emergenza Covid-19?

Più che orgoglio ci sentiamo onorate nel poterlo fare. Per qualsiasi professionista “chiamato alla cura” diventa quasi un bisogno sentirsi “utili”.

Qual è il messaggio di speranza che più vi piace dare alle persone con cui vi confrontate? 

“Se hai chiamato è perché ce la stai già facendo e ora non sei solo”.

 

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