Dal teatro alla narrazione autobiografia | Korian Residenza Vittoria
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Dal teatro alla narrazione autobiografia: la coinvolgente iniziativa della Residenza Vittoria

Una dimensione collettiva che negli ultimi anni ha dato prova di saper superare numerose barriere e resistenze sociali per liberare le capacità espressive e di auto svelamento dei suoi partecipanti. È con questo obiettivo che presso la Residenza Vittoria, anche lo scorso anno, si è tenuto il funzionale laboratorio di narrazione autobiografica e animazione teatrale. Ovviamente in massima sicurezza.

Favorire l’esperienza della narrazione nell’ospite anziano, infatti, non significa soltanto dedicargli ascolto attivo ed empatico, ma anche permettergli di ascoltare sé stesso, dando voce alle sue emozioni. L’esercizio di narrazione autobiografica guidata, proposto con continuità, permette di soddisfare i suoi bisogni psicologici, integrando alcune parti di sé e del passato nella propria Storia, migliorandone l’autoconsapevolezza, ed investendo il tempo in una interazione intima e autentica.

Un modo pratico ed efficace per stimolare gli ospiti anziani nella loro dimensione affettiva e cognitiva sfruttando, insieme alla competenza di un professionista, gli effetti positivi della scrittura, la quale materializza i pensieri e le emozioni, permettendo alla persona di elaborarli.

Per queste ragioni dall’inizio del 2019, nella RSA Vittoria, si sono susseguiti diversi cicli legati a questo laboratorio, cuciti di volta in volta sulle esigenze del gruppo e del momento. A condurli Francesca Franzè, esperta in narrazione di comunità e pratiche teatrali, da anni sul campo con progetti destinati ad utenti affetti da diverse fragilità e residenti anziani delle RSA, che ha risposto alle domande della Psicologa della Residenza Vittoria Federica Martini.

Quali sono gli strumenti su cui basi le attività che proponi?
“Io ho una formazione sia teatrale che psicologica e le attività che propongo utilizzano strumenti e metodi che arrivano da entrambi gli ambiti di pratica e ricerca.  Nella mia proposta di lavoro il tempo della comunicazione è inteso come tempo di cura. Al centro gli aspetti cognitivi, emotivi e sensoriali. Il mio compito è quello di attivare la comunicazione verbale e non verbale per stimolare il racconto di sé, aprendo uno spazio di riflessione che aiuta anche a ritrovare il senso delle proprie scelte. La narrazione necessita di un ascoltatore e diventa un atto collettivo. Un atto performativo che considera la voce quale parte del corpo, la postura e lo sguardo danno spessore ad una presenza specifica e unica che si inserisce in un gruppo, in uno spazio e in un tempo precisi”.

Quali di questi risultano per te i più efficaci per stimolare la narrazione e la condivisione di emozioni?
“Nella mia esperienza, ciò che si è dimostrato maggiormente efficace nel generare apertura e condivisione è il presupposto della dignità della persona. La volontà è quella di sintonizzarsi col suo mondo interiore senza nessun tentativo sommerso di riportarla alla realtà, al presente, ad una concezione lineare del tempo e degli eventi. Ci sono delle caratteristiche di autenticità, connessione e scambio affettivo che si manifestano solo ad un certo punto del percorso. Allora è possibile scendere in profondità e rispondere al bisogno di essere visti, ascoltati e accolti”.

Perché hai deciso di lavorare proprio con questa utenza?
La prima volta che sono entrata in una casa di riposo ho sentito una forte necessità di ascoltare quelle parole, guardare quegli occhi e le rughe. Sarà perché ho un monumento a forma di nonna, la mia, nella retina. L’anziano ha accumulato così tante esperienze, è come uno scrigno, sa dare un significato alle cose della vita. Non sono solo i sensi affievoliti che donano mitezza e un certo distacco, meno tribolazione: è la capacità di discernere perché si è visto tanto e di sapere che tutto passa e la vita continua. Questa consapevolezza rende l’anziano un anello indispensabile nel confronto tra le generazioni”.

Come è cambiata la tua conduzione nel corso degli anni?
“Nel tempo si è trasformato soprattutto il criterio di esaustività applicato agli stimoli che porto nel gruppo e alle narrazioni che ne scaturiscono. Inizialmente cercavo di mettere ordine, di colmare, di apportare qualcosa. Come se il mio intervento fosse quello di accompagnare le persone nel rammendo e nel dispiegarsi coerente delle proprie storie di vita. Ora mi pare di aver capito che l’incontro con certe parti della propria memoria non può avvenire sempre, che anche le profonde solitudini, se espresse e nominate, contribuiscono a ridefinire le identità”.

Come incide il contesto (gli ospiti, il tipo di gruppo, l’ambiente, l’organizzazione) nelle dinamiche e nelle situazioni che si generano dall’incontro?
“Le persone che compongono il gruppo, a seconda delle loro specificità, delle risorse presenti, delle preferenze che manifestano, dettano le regole. Quando lavoro con anziani affetti da demenza non rinuncio ad aprire le pagine del passato. Con chi possiede un buon funzionamento cognitivo, con pochi impedimenti all’espressione verbale, riesco a lavorare sul discorso interiore, sulla riscrittura e reinterpretazione di passi passati che ancora producono un’eco. Ma anche sul futuro. Quando la struttura ospitante è attenta e in dialogo con il percorso, si allinea tutto, le esperienze contattate durante gli incontri producono un effetto nella quotidianità, vengono richiamate alla memoria e integrate nel personale intervento cucito sulla persona. Io ho sempre trovato educatori interni che hanno apportato valore e qualità con la loro presenza continuativa, la capacità di lasciarsi stupire da tratti di personalità che non avevano mai osservato prima negli ospiti, la visione privilegiata di chi conosce meglio di te, che sei una meteora che passa, alcune dinamiche”.

Quali possono essere le difficoltà o gli ostacoli alla buona riuscita di un incontro?
“L’ambiente che accoglie il gruppo deve essere adatto, protetto da rumori e dal via vai. Anche la luce e la temperatura nella stanza, tutto contribuisce a rendere accogliente il luogo d’incontro. Le persone vanno fin da subito attivate, ad esempio attraverso la richiesta di posizionarsi dove si preferisce all’interno del cerchio: questo passaggio può essere lungo se sono in carrozzina ma rende evidente che lì, per un’ora o poco più, ci si dovrà esporre, che è auspicata una presenza collaborativa, sempre con delicatezza e rispetto. Il numero dei partecipanti deve essere sufficiente ad avviare le capacità di rispecchiamento ed instillazione di speranza che il gruppo possiede; al contempo gli anziani non devono essere troppo numerosi: le difficoltà uditive e visive, se presenti, non devono invalidare la partecipazione, l’ascolto non dovrebbe risultare troppo faticoso. Io propongo qualcosa che è sfidante ma mai mortificante. L’esito del proprio operato non costituisce un rimando di qualità: far passare questo aspetto è una responsabilità del conduttore”.

Questo lungo periodo di chiusura ha accentuato ancora di più i vissuti di isolamento. I nostri ospiti non possono spostarsi da un reparto all’altro. C’era bisogno di lavorare insieme per allentare le barriere fisiche ed emotive che si sono create, rivitalizzando la socialità possibile. Con il supporto della tecnologia, il laboratorio di narrazione autobiografica ha varcato i muri della fortezza della Residenza.  Come stai vivendo questa nuova sfida?
“Difficile e bello insieme. I partecipanti sono in linea davanti allo schermo e non in cerchio, questo significa tanto: guardano sempre il mio viso in video, registrano tutti i miei cambi di emozione e intenzione, ma si osservano molto meno tra di loro. Una volta non sono riuscita ad accorgermi subito che le lacrime di un signore erano segno di nostalgia e non una conseguenza fisiologica. Questo fatto per me ha rappresentato una svolta. Ora, quando ho davanti le persone, cerco di cogliere la più piccola manifestazione e in questo sono molto supportata dall’educatrice presente agli incontri, che mi aiuta ad essere udita quando le mie parole non arrivano e agevola la comunicazione, con grande professionalità ed attenzione. Al contempo è palpabile la sensazione che si sta rispondendo ad un insopprimibile bisogno di relazione e socialità a cui, in questo momento, non si potrebbe rispondere se non in questo modo. I nostri corpi portano la traccia del contatto fisico e degli abbracci e dei baci e se ben stimolati possono riprodurre dall’interno qualcosa di simile a quello che producevano nella vicinanza fisica. E possono provare piacere, soddisfazione, calore. So che non si esaurisce qui la complessità che stiamo vivendo tutti, ma è importante accendere la luce su ciò che possiamo fare”.

Dalla tua esperienza di questi anni, quali sono le maggiori esigenze (psicologiche) degli anziani che hai potuto osservare nei tuoi gruppi?
“Gli anziani hanno molto da dire ma spesso non trovano nessuno che abbia voglia di ascoltarli. Questo si traduce in dimenticanza di sé. Ascoltare qualcuno non significa cercare di smorzare il suo dolore e la sua solitudine ma tenere lo sguardo proprio lì, con affetto e adesione. ‘Non piangere, tirati su, non pensarci’. Invece quello che vorrebbero sentirsi chiedere è ‘Perché stai piangendo?’ Un po’ come capita a tutti noi”.

 

Sulla nostra pelle stiamo tutti imparando in qualche modo a  valicare le barriere introdotte dalle misure anti COVID-19 come la distanza sociale e le mascherine. Senza accorgercene, potenziamo l’espressività della voce e degli occhi, cerchiamo di scegliere con maggior cura le parole, perché il messaggio arrivi chiaro e comprensibile. Ma non dobbiamo dimenticarci che la comunicazione è anche ricevere certi contenuti, a volte, comprensibilmente scomodi. E su questo, non c’è dubbio, dobbiamo tutti continuare ad esercitarci!

Contenuto realizzato con il contributo di Federica Martini e Francesca Franzè.

 

 

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